images (3)

Dopo un po’ non sapevo né quanto mancava ancora né quanta strada avessi già percorso.

Iniziai a concentrarmi sul cammino e non più sulla distanza”.

(G. Candolini)

            Uno dei miei hobbies è la visita alle librerie. Ogni volta che se me ne offre l’occasione, cedo volentieri alla tentazione che mi attira verso questi santuari della cultura, lasciandomi catturare dal piacere di sfogliare le ultime novità librarie nei settori che maggiormente m’interessano. I canadesi del Québec chiamano questa attività boukiner, un termine in cui inglese e francese si fondono simpaticamente. Durante una di queste visite, leggendo in diagonale alcune pagine di un volume, mi sono imbattuto in due frasi che hanno attirato la mia attenzione. Ricordavo di averle già lette, ma in quel momento ciò che mi appariva nuovo era la continuità dei messaggi in esse contenuti. Riflettendo, in seguito, a quelle espressioni ho notato che una parola contribuiva a collegarle: l’immagine della nave.

La prima frase è di Antoine St.-Exupéry: “Se vuoi costruire una nave non devi affaticarti per prima cosa a chiamare la gente a raccogliere la legna e a preparare gli attrezzi; non distribuire i compiti, non organizzare il lavoro. Ma invece prima risveglia negli uomini la nostalgia del mare lontano e sconfinato. Appena si sarà risvegliata in loro questa sete si metteranno subito al lavoro per costruire la nave”.

Le parole dell’autore de Il Piccolo Principe si sono subito insediate nella mia mente, evocando esperienze di ieri e di oggi. Ho ripensato, in modo particolare, alla formazione ricevuta e data, sia a livello scolastico che educativo. Uno sguardo al passato mi ha portato a distinguere gli educatori che aprivano nuovi orizzonti e sapevano infondere entusiasmo da quelli che tendevano a far prevalere la disciplina sulla bellezza degli ideali, ignorando  che i richiami all’impegno perdono di efficacia se gli obiettivi da raggiungere non sono resi attraenti. Ripercorrendo, poi, il mio modo di vivere le relazioni, sia nell’ambito formativo che in quello apostolico, ho constatato che esse hanno contribuito alla crescita delle persone nella misura in cui sono state promotrici di gioia, di creatività, di sana inquietudine e di ricerca. Per questo, spostando la riflessione al mondo ecclesiale, vibro positivamente ai richiami che, da più parti, vengono rivolti ai cristiani, in occasione dell’anno della fede, a lasciarsi attrarre dal fascino di Gesù, nella convinzione che la bellezza del suo messaggio indicherà la strada da seguire e alleggerirà il peso delle azioni da compiere.

A questo punto, mi viene spontaneo interrogarmi se nel mondo in cui viviamo vi siano sufficienti stimoli che risveglino “la nostalgia del mare lontano e sconfinato”. Una risposta mi giunge dalla seconda frase, tratta dal Diario di Søren Kierkegaard: “La nave è in mano al cuoco di bordo e ciò che trasmette il megafono del comandante non è la rotta ma ciò che mangeremo domani”. Una risposta cruda e sofferta in cui si mischiano realismo e pessimismo. Infatti, come ignorare la confusione di valori che caratterizza parte consistente della società contemporanea? Il bombardamento incessante di proposte, più che indicare agli individui la strada da seguire, spesso si limita ad offrire modalità sofisticate per soddisfare i bisogni più immediati. Se a questa chiusura di orizzonti – che in alcuni contesti raggiunge livelli preoccupanti – si aggiungono, gli effetti della crisi economica, è facile che cresca il numero delle persone vittime della noia, della violenza o della disperazione.

Nelle parole del grande filosofo e teologo danese,  venate di pessimismo, trovo un invito a scavare nel profondo del mio essere per liberare i desideri più autentici, quelli cioè in cui vibra l’anelito verso la mia piena realizzazione. Compito impegnativo che esige la purificazione dei desideri, quella ginnastica interiore, suggerita da S. Agostino a quanti vogliono che la nave della propria vita corra verso il porto sicuro della vera felicità.