Il labirinto non pone la domanda: ‘Ti muovi nella direzione giusta o in quella sbagliata?’
Il labirinto pone la domanda: ‘Ti muovi?’”
(Gernot Candolini)

 

Sono trascorsi alcuni anni da quando ho avuto l’occasione di visitare la cattedrale di Chartres. In quel giorno, i miei occhi e il mio spirito si sono riempiti di bellezza, lasciandosi trascinare dalla tensione verso l’alto delle linee architettoniche, appena smorzata dai colori delle vetrate e dalle note di una soffusa musica gregoriana che permeava tutti gli spazi.

La contemplazione ha ceduto alla curiosità quando mi sono soffermato a osservare il labirinto designato nei primi metri della navata centrale. In quei momenti mi è ritornato alla memoria quanto avevo letto su questo originale disegno che per me ha sempre avuto un forte valore simbolico.

Il labirinto non solo m’incuriosisce, ma anche mi aiuta a riflettere con maggiore attenzione su aspetti della vita e della realtà, rappresentando il viaggio interiore che sono chiamato a compiere per comprendermi, risolvere i miei problemi umani e spirituali e dare una direzione al mio agire. L’intersecarsi di vie da cui è costituito, molte delle quali non hanno sbocco, evoca la complessità della mia crescita umana e spirituale: esperienza affascinante e misteriosa, ricca di promesse e di ostacoli, stimolata da grandi mete e da molteplici illusioni. Come chi si muove nel labirinto, anche chi è impegnato nel cammino di crescita ha spesso l’impressione di essere arrivato al centro per poi ritrovarsi riportato indietro, vedendo così la speranza crescere e diminuire.

Nel simbolo del labirinto vedo rappresentati sia la ricerca del centro, cioè della meta dell’esistenza, di ciò che è importante, sia l’impegno per trovare una via d’uscita che consenta di applicare alla vita quotidiana, soprattutto nel rapporto con gli altri, quanto ho appreso nel viaggio all’interno di sé. Ambedue questi movimenti sono caratterizzati da una serie di tentativi per trovare la giusta direzione, superando gli ostacoli e evitando i vicoli ciechi.

La ricerca di un centro attorno al quale raccogliere tutti gli aspetti o dimensioni del nostro essere è parte integrante della persona umana. Questo anelito che avverto nel mio spirito, soprattutto in certi momenti o periodi della vita, è illustrato in molte testimonianze sia profane che religiose. Penso al viaggio descritto da Dante, che comprende la discesa all’inferno e la progressiva ascesa al purgatorio fino al paradiso. Chi, poi, meglio di Sant’Agostino ha descritto con stile personale e profondo, questo tensione verso la meta: “Il nostro cuore è inquieto fino a che non trovi la sua pace in te”?

Il compiere il viaggio verso il centro di se stessi aprendosi, poi, agli altri è responsabilità dei singoli individui. Tuttavia, difficilmente una persona potrà superare le difficoltà del labirinto senza essere accompagnata da qualcuno. Vediamo simboleggiata questa compagnia nel filo di Arianna della mitologia greca. Grazie ad esso, Teseo ha potuto entrare nel labirinto, uccidere il terribile minotauro – simbolo del negativo presente nella persona – e uscire liberamente.

Nella storia della mia vita, il filo di Arianna  – che aiuta ad entrare ed uscire dal labirinto – prende il nome di persone, di ispirazioni interiori, di letture, di avvenimenti particolari… In un’ottica di fede, queste risorse umane  sono simboli e mediazioni  – non sempre riconosciute – del compagno per eccellenza, Gesù. Che non ha esitato a proclamarsi via-verità-vita.

P. Dott. Angelo Brusco

Articolo tratto da Caleidoscopio. Sguardi sulla vita d’ogni giorno, Edizioni Camilliane, Torino, 2014
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