La mia casa mi dice: ‘non lasciarmi, perché qui abita il tuo passato’,
e la strada mi dice: ‘vieni e seguimi: sono il tuo futuro’

 

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Di tanto in tanto, nei momenti liberi, amo rivedere le fotografie in cui sono impressi lembi della mia vita. Clicco su una cartella del computer e ritorno a visitare i paesaggi che mi hanno ospitato nel passato. Numerosi viaggi mi hanno portato a frequentare – a volte per lunghi periodi, a volte per brevi tratti di tempo – paesi dei quattro continenti. Se non in tutti, certamente in molti di quei viaggi, al movimento geografico è corrisposto anche un movimento dello spirito, un invito a entrare in me stesso per cogliere le risonanze suscitate dalla natura e dalle persone.

Il viaggio, infatti, è metafora della vita umana, esprime un aspetto essenziale della persona: ne indica la tensione interiore, il desiderio della ricerca, l’anelito verso l’autorealizzazione. Vi è il viaggio di liberazione, il cammino verso l’esilio; la fuga dalle responsabilità; il pellegrinaggio, la partenza che ferisce il cuore, il ritorno che riconcilia, la visita alle persone amate, la corsa verso gli ideali. A volte si sa cosa si deve lasciare ma la meta da raggiungere è sconosciuta.

Nel cammino incessante verso i traguardi più svariati, dentro e fuori di me, ho sperimentato il fluire del tempo, assaporato il dolce e l’amaro della solitudine, vissuto la gioia dell’ospitalità e dell’incontro – nell’amicizia e nell’amore -, attraversato il conflitto, gustato la comunione con il divino.

Rivedendo ora, a distanza di tempo, i viaggi nel mio mondo interiore e quelli che mi hanno proiettato fuori, trovo la verità delle parole di K. Gibran, riportate sopra, e del simbolismo ambivalente delle immagini che esse contengono.

La casa, infatti, rappresenta il mondo interiore, il luogo dove abitare per cogliere il battito della vita, ospitare le persone e avvertire il lieve bussare del Signore, come è scritto nel libro dell’Apocalisse (3, 20): “Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me”. Ma è anche il luogo della resistenza al cambiamento, del “si è sempre fatto così”, del rifiuto dell’innovazione e della creatività, della chiusura in se stessi.

Non sono mancate le volte in cui ho conosciuto la fatica di abbandonare la casa, cioè posizioni esistenziali ormai logore per avventurarmi, non senza rischi, in nuovi cammini. In alcune circostanze non ho evitato fuggire da situazioni che non osavo affrontare nella loro complessità. Ricordo anche momenti in cui l’egoismo ha prevalso, ignorando la voce del cuore che mi diceva di aprire la porta e di uscire verso gli altri.

Ugualmente, la strada simboleggia sia lo slancio creativo, il al richiamo del cuore inquieto che aspira, instancabile, a raggiungere l’Itaca suprema, dai mille nomi, sia la fuga dalla responsabilità, il correre senza meta.

Ricordando i sogni della mia giovinezza, carichi di idealismo e di leggerezza, e assistendo al vagare senza meta di tante persone che incontro, mi rendo consapevole dell’importanza di sapere armonizzare l’amore per la casa e l’attrattiva esercitata dalla strada. Si tratta di trovare il gusto di abitare in se stessi, di essere radicati ad una scala di valori positivi, di mantenere fedeltà ai rapporti con le persone, di faticare per portare a termine un progetto, di superare la fatica della quotidianità. E, nello stesso tempo, di aprire porta e finestre per vedere più in là dei propri orizzonti. Perché la vita è una riserva di sorprese che raggiungono solo chi è aperto ad accoglierle.

Non è forse in questa dinamica del rimanere e del muoversi che sta il segreto per raggiungere quella pace che, secondo Sant’Agostino, l’agitato cuore umano raggiunge solo quando riposa nel Signore?