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Ho dormito così spesso/con la mia solitudine

che mi è diventata quasi un’amica/una dolce abitudine

Lei mi segue passo passo/fedele come un’ombra.

Mi ha seguito/ai quattro angoli del mondo,/

no, io non sono mai solo/con la mia solitudine…”.

Durante un incontro con una coppia di amici, la conversazione è caduta sul tema della solitudine. Alcune trasmissioni televisive ne avevano da poco trattato, affermando che il sentirsi soli è una delle peggiori afflizioni della nostra epoca, sebbene ciò appaia un paradosso, visto che ci troviamo in un momento storico in cui vi è il rischio di essere letteralmente sommersi da comunicazioni di ogni tipo. Ne è seguito uno scambio di idee e di esperienze che mi hanno stimolato a continuare la riflessione su questo argomento.

Un rapido sguardo all’esperienza passata mi ha confermato che la solitudine è come Giano, il dio dai due volti: a volte dolce, a volte amara. Vi sono infatti stati momenti in cui l’ho rifuggita e altri in cui l’ho cercata e amata. Con il passare degli anni, sento di avvicinarmi a quanto Georges Moustaki canta nella bella canzone – Ma solitude – di cui sono riportati alcuni versi all’inizio.

Il sentirmi più vicino a questo traguardo, mi fa apprezzare i momenti in cui sono solo, impegnato con me stesso, utilizzando la mia solitudine per godere delle mie emozioni, per avvertire ciò che mi abita, per scrutare tutti gli angoli della mia persona – anche quelli oscuri -, per pensare al mio avvenire, per godermi il mondo che mi circonda, per incontrare Dio per ascoltarlo – “Ti condurrò nella solitudine e parlerò al tuo cuore”, scrive il profeta Osea – per parlare con lui da persona a persona.

Una solitudine vissuta in questo modo non può prescindere dalla relazione con l’altro. Se così fosse scadrebbe in isolamento, conducendo al soggettivismo esagerato, all’autosufficienza, al rifiuto del diverso da sé. Pur consapevole di essere costituzionalmente solo, avverto il bisogno delle altre persone; irriducibile agli altri, sono ad essi simile. Dall’organismo umano e dalla natura traggo immagini che illustrano questo duplice movimento verso me e verso i miei simili. Nella sua azione volta a irrorare di sangue il corpo, il cuore si restringe e si rilassa, e per crescere, l’albero affonda le radici ed estende i rami.

Uno stimolo ad apprezzare la solitudine e a viverla in modo creativo mi viene dall’osservazione dei modi – positivi e negativi – con cui altri la vivono. Mi si stringe il cuore quando penso alla solitudine dei segregati in celle d’isolamento, delle vittime di deprivazioni sensoriali (cecità, sordità…), dei milioni di bambini che, nel mondo, vagano soli, dei vecchi abbandonati, dei morenti che spesso terminano nell’isolamento il loro percorso esistenziale. Come rimanere indifferenti alla solitudine causata dalla mancata comunicazione che funesta i rapporti coniugali, vizia l’atmosfera delle famiglie e delle comunità religiose? Per tante persone che faticano a conquistare una buona autostima si avverano le parole di Nietzsche: “E’ il cattivo amore verso di te che trasforma la tua solitudine in una prigione”. In tutte queste forme di solitudine vedo il perpetuarsi nel tempo di ciò che Gesù ha vissuto nell’Orto degli ulivi e sul Calvario, dove  il sentirsi solo lo ha portato ad esclamare: “Dio mio Dio mio perché mi hai abbandonato?”.

Mentre avverto il desiderio di aprire il mio cuore alle persone per le quali la solitudine è un peso, mi lascio ispirare da quanti ne hanno fatto un mezzo per dare respiro alla loro vita. E allora accolgo il suggerimento di Madeleine Debrel nel suo volume Le silence dans la ville, in cui invita ad aprire il cuore alle piccole solitudini della giornata, momenti nei quali possono accadere cose meravigliose. “Se il nostro amore domanda del tempo, l’amore di Dio si gioca in ore, e un cuore disponibile può essere sconvolto in un istante. Cercando con il cuore potremo sperimentare che la nostra solitudine è abitata serenamente da noi e da quanti sappiamo accogliere con libertà e generosità di cuore”.